
Antico stagno
una rana si tuffa –
il suono dell’acqua
— Matsuo Bashō
L’essere umano nasce nella natura. Non solo come specie, ma come individuo. La nostra prima esperienza del mondo è fatta di luce, calore, suono, odore. Il grembo materno è un microcosmo vivente, fluido, in ascolto. Prima ancora del linguaggio, conosciamo il mondo attraverso i sensi. E il mondo, per millenni, è stato un mondo naturale. Abbiamo camminato tra alberi e pietre, seguito il ritmo delle lune e del sole: la natura non è qualcosa da fuori. È dentro di noi. Ne portiamo le tracce nella pelle, nel respiro, nei sogni, quando sogniamo ancora i grandi mostri marini, il mare, la neve, il fango e l’acqua cristallina.
Noi cacciatori-raccoglitori poi ci siamo stanziati, siamo diventati agricoltori, pastori. E infine cittadini accumulatori. Le città hanno preso il sopravvento, chiudendoci tra pareti, ruoli, dispositivi, tempi scanditi da obblighi e dalla paura dell’agenda vuota, vista come un fallimento esistenziale, una non-produttività.
Abbiamo perso la connessione con quel ritmo antico e vitale, con quel tempo che non si misura ma si sente. Jung ha scritto che questa frattura — tra essere umano e natura — è all’origine del nostro disagio esistenziale più profondo. E forse è vero: la nostra inquietudine è nostalgia. Un desiderio inespresso di tornare a una casa che non è mai stata solo un luogo, ma un modo di stare nel mondo. Jung parlava della necessità di integrare le nostre ombre, le nostre radici arcaiche, gli archetipi dimenticati. La natura ci aiuta proprio in questo: a riconnettere ciò che è stato scisso, a ridare forma all’unità perduta tra corpo, psiche e mondo.
Poi arriva la malattia. A volte lieve, a volte devastante. Ma capace di interrompere la continuità. Il corpo cambia, la mente viene dietro, le relazioni con gli altri mutano: si rafforzano con pochi, si indeboliscono con i più. Il tempo si arresta e le parole non escono più, solo frammenti, in un mondo con istanti di sollievo e ore di ansia e dolore.
Molti, nel tempo della malattia, cercano spontaneamente il cielo, il prato, il mare, un bosco, l’acqua o anche solo un balcone pieno di vasi verdi e fioriti. Non è un semplice gesto estetico, ma una spinta esistenziale. In quei gesti c’è un richiamo istintivo verso la ciclicità del tempo: su un balcone di città, le primule a marzo, a maggio le rose, a luglio i gerani e il gelsomino, a novembre i ciclamini e l’erica.
Quel ciclo stagionale, apparentemente banale, è invece memoria viva del nostro tempo profondo. Mircea Eliade ci ricorda come nelle culture arcaiche il tempo non fosse lineare ma circolare, mitico, rigenerativo. Il ritorno delle stagioni non era solo agricolo: era cosmico, spirituale. Il ciclo offriva una possibilità di rinascita continua. Così, anche per noi, ogni fioritura che ritorna sul balcone non è solo botanica: è una piccola resurrezione dell’anima.
A contatto con la natura — bosco o balcone che sia — le narrazioni, prima interrotte, caotiche, stanche, iniziano a fluire. E progrediscono. Là dove prima c’erano frammenti di discorso — è successo qualcosa, non so più chi sono, non ha senso — si fa spazio, lentamente, un’altra forma. La forma del cammino, della quest. Il dolore non sparisce, ma si muove.
Camminare nella natura, coltivarla o anche solo guardarla, genera una trasformazione silenziosa ma concreta. I pensieri si allineano. Il caos si dispone. Le emozioni trovano un contenitore. E la parola, prima bloccata, inizia ad affiorare.
La narrazione si srotola attraverso piccoli frammenti archetipici che parlano da sé. Sono gli universali del significato. Frasi come io sento, io penso, io voglio, sto cambiando, guardo avanti, qualcuno è con me, questo è buono, il mio corpo ora, voglio essere ascoltato, voglio che tu mi veda, voglio che tu mi sia vicino affiorano con una forza nuova. Sono parole che troviamo in ogni lingua, perché non appartengono alla cultura, ma all’umanità. Il Natural Semantic Metalanguage, come lo descrive Anna Wierzbicka, ci mostra che ogni lingua del mondo possiede un nucleo comune di parole originarie: parole che non si possono spiegare, ma solo vivere. E che sono spesso custodite nel nostro corpo, nel nostro DNA narrativo. Sono quelle che cerchiamo e che diciamo quando siamo a contatto con la natura. Perché la natura parla la stessa lingua.
La natura forse non cura la malattia in senso clinico, ma accompagna la guarigione in senso esistenziale. Dove c’è frattura, può aiutare a ricucire lo strappo con le nostre radici. Non riportando tutto com’era prima, ma rendendo abitabile il cambiamento. Perché il prima non esiste più. L’età dell’oro, in cui si avevano più perimetri possibili, si è ristretta nelle abilità del corpo, ma non in quelle della mente.
Dove prima c’era solo diagnosi, si apre una storia. Dove prima c’era solo passività, si riattiva una volontà di ricerca. Non sempre c’è una risposta, ma c’è una domanda. E la domanda è ciò che tiene viva la persona, e la narrazione.
La natura insegna che ogni forma vive nel cambiamento. Che la ciclicità non è un limite, ma un respiro. Che anche nella caduta — delle foglie, della pioggia, del corpo — esiste una logica profonda. Una bellezza. Una possibilità. Il wabi-sabi è una filosofia giapponese che ama il cadere dei fiori di ciliegio per terra: celebra l’impermanenza, onora le rughe che si formano sui volti degli anziani. Ama la decadenza e il termine, perché da ogni fine nasce il nuovo.
Alla fine, la cura vera è un ritorno alle origini ancestrali da cui veniamo. Non a ciò che eravamo, ma a ciò che possiamo ancora essere in un tempo ciclico. La natura ci aiuta a tornare, non indietro, ma in profondità: è come se ci rivedessimo in uno specchio che non ha più macchie, più limpido e trasparente.
Quando la malattia frammenta la narrazione, la natura può aiutare a riaprirla. E ogni racconto che riprende è una forma di guarigione. Perché tornare a narrare significa tornare a vivere, se non per sé, per le future generazioni, in un desiderio di ecosistema vitale e interconnesso.