BIOFILIA E CURA PER LA GUARIGIONE: UNO SGUARDO OLISTICO – DI CAROLINA ZARRILLI

La pandemia ha fatto riscoprire a tutti noi il bisogno della natura, tanto che molte persone hanno deciso di trasferirsi lontano dalle metropoli, le quali hanno risposto ad un adeguamento dell’urbanistica per via dei benefici del contatto con il verde.

La natura, però, ha avuto un ruolo centrale nella vita dell’uomo fin dalle sue origini. Nel corso della storia il rapporto con essa è stato altalenante. Ripercorrendo degli snodi storici, durante la preistoria, gruppi di persone vivevano in armonia con l’ambiente naturale e vi era una sorte di profondo rispetto, tanto da venerarla come forza divina. Con l’arrivo della rivoluzione industriale la situazione cambiò drasticamente. Vi è uno sfruttamento delle risorse naturali e la natura diventa un’entità da dominare e sfruttare. La nascita della scienza moderna porta alla concezione della natura come madre benevola e nutrice, eppure lo sviluppo industriale depaupera le terre fertili e porta all’estinzione di migliaia di organismi viventi. Solo con il XX secolo nascono i primi movimenti ambientalisti e la psicologia ecologica. Si comprende come il ruolo della natura è collegato con il benessere dell’individuo e della collettività ed è necessario trovare un equilibrio tra progresso e sostenibilità. Questa attenzione cresce anche con l’avvento delle tecnologie e con l’urbanizzazione in cui le persone, ormai definite solo con la loro professione, vivono quasi sommerse di pressioni e in stato di squilibrio.

Roszak, nel suo volume La voce della terra (1992) conia il termine Tecnocrazia, che definisce come il potere eccessivo dato al progresso nella società contemporanea; Inoltre, mette in luce come la modernità abbia ridotto l’essere umano a un consumatore passivo e invita a una nuova sintesi del sapere, in cui scienza, arte e sensibilità ecologica si integrino per formare una visione del mondo più olistica e sostenibile. Con il mutamento del sistema sociale, anche i bisogni e i disagi dell’uomo si sono evoluti, è necessario affiancare alla medicina tradizionale, una riflessione più profonda sulle dinamiche psicologiche e sociali: in questo quadro la natura ha un ruolo terapeutico soprattutto contro stress e depressione, verso le quali le cure tradizionali a volte risultano inefficaci.
In questo contesto si inserisce la riflessione di questo articolo in cui si descriverà una possibile soluzione riguardante il miglioramento del verde pubblico, compreso quello ospedaliero; un’area verde che si adatta alle esigenze del paziente, a supporto delle convenzionali cure mediche, con lo scopo di migliorarne la qualità di vita, sempre in un’ottica di tutela dell’ambiente e aumento della biodiversità. Bisogna ricordare che questi interventi non eliminano le problematicità ma possono aiutare ad affrontarle meglio trovando un certo grado di sollievo.

Negli ambienti di cura e nella recente ricerca scientifica ciò viene studiato come design biofilico. In questo termine sono comprese applicazioni come il giardino terapeutico (healing gardens). Secondo l’American Horticultural Therapy Association (AHTA), i giardini terapeutici sono “ambienti dominati dalle piante, compresi elementi naturali come acqua e vegetazione, associati a strutture sanitarie e accessibili a tutti”. Il loro scopo è fornire un rifugio e uno spazio di ristoro per pazienti, visitatori e personale sanitario. Clare Cooper Marcus sottolinea l’importanza di un’esperienza multisensoriale nei giardini terapeutici. Più il giardino coinvolge i sensi del visitatore, minore sarà la percezione del dolore. Per ottenere questo effetto, un giardino dovrebbe includere una varietà di colori, diverse sfumature e texture di verde, profumi, fauna selvatica, suoni e movimenti naturali, come quelli prodotti dall’acqua o dal vento.
In questo contesto non vengono considerati gli spazi naturali non modificati dall’uomo, anche se ci sono evidenze sulla loro efficacia, perché non possono tuttavia essere definiti giardini nel senso tradizionale del termine.

Naomi Sachs ha coniato l’espressione landscape for health, definendoli come qualsiasi paesaggio, selvaggio o progettato, che favorisca il benessere umano. Questo concetto ampio e inclusivo rappresenta una categoria ombrello sotto cui rientrano le diverse tipologie di giardini terapeutici. Essi si suddividono in due categorie principali: i giardini abilitanti (enabling gardens) e i giardini ristorativi (restorative gardens). I giardini abilitanti sono progettati per migliorare l’accessibilità e supportare persone con difficoltà fisiche o cognitive, per esempio i giardini terapeutici, utilizzati nella riabilitazione, o i giardini per la memoria, studiati per stimolare i sensi nei pazienti con demenza. I giardini ristorativi, invece, sono spazi dedicati alla riduzione dello stress e alla rigenerazione emotiva, come i giardini di meditazione, che favoriscono la contemplazione, o i giardini sensoriali, arricchiti da piante aromatiche e superfici tattili per stimolare più sensi. Inoltre, esistono giardini specificamente progettati per il supporto emotivo in contesti delicati, come i giardini per hospice, pensati per offrire conforto ai pazienti terminali e alle loro famiglie. Inoltre, in base alle specifiche esigenze dei pazienti è possibile avere dei giardini in cui vengono fatte sedute psicologiche, terapie infusionali oppure attività educative come l’orticultura.

Anche in questo caso queste categorie non sono del tutto una novità. Fin dall’antichità, i giardini sono stati utilizzati per scopi curativi. Le civiltà antiche, come quelle di Egitto, Grecia e Roma, concepivano questi spazi come luoghi di riposo, meditazione e guarigione. Durante il Medioevo, nei monasteri europei nacque il concetto di hortus conclusus, un giardino protetto in cui i monaci coltivavano piante medicinali, come lavanda, salvia e camomilla, per preparare rimedi destinati ai malati. Tuttavia, tra il XIV e XV secolo, le carestie e le epidemie portarono al declino del ruolo dei monasteri e alla perdita della concezione del giardino come spazio terapeutico. Con l’avvento del Romanticismo, si riscoprì l’importanza degli spazi verdi in ambito ospedaliero, considerandoli parte integrante del processo di cura.

Nel XIX secolo, i giardini iniziarono a essere utilizzati negli ospedali psichiatrici come strumenti terapeutici per i pazienti affetti da disturbi mentali. Tuttavia, con la progressiva urbanizzazione e modernizzazionedel XX secolo, il ruolo dei giardini nelle strutture sanitarie subì un forte ridimensionamento. La costruzione di grandi ospedali a più piani, orientata alla massimizzazione dei posti letto e alla tecnologia medica, relegò gli spazi verdi a elementi secondari e non essenziali rispetto ai nuovi approcci farmacologici e diagnostici. A partire dagli anni ‘80, la funzione terapeutica dei giardini è stata progressivamente rivalutata, grazie agli studi pionieristici di Roger Ulrich. Nel suo famoso studio View Through a Window May Influence Recovery from Surgery (1984), pubblicato su Science, Ulrich dimostrò che i pazienti post-operatori con una vista su spazi verdi avevano tempi di recupero più rapidi e necessitavano di meno analgesici rispetto a coloro il cui ambiente era privo di elementi naturali. Negli anni ‘90, Rachel e Stephen Kaplan approfondirono ulteriormente il legame tra natura e salute mentale attraverso la Attention Restoration Theory (ART). Questa teoria suggerisce che l’esposizione alla natura contribuisce a ripristinare la capacità di concentrazione e attenzione, riducendo l’affaticamento mentale causato dalle attività cognitive intensive. Parallelamente, si è verificato un cambiamento nell’approccio alla cura ospedaliera, passando da una visione esclusivamente biomedica, focalizzata sulla malattia e sull’organo compromesso, a un approccio bio-psicosociale, che considera il paziente nella sua totalità, compreso il contesto ambientale e relazionale.

L’ospedale è tradizionalmente visto come il luogo della guarigione, ma spesso, in realtà, può diventare l’antitesi di questo concetto. L’ambiente ospedaliero, infatti, può risultare caotico, intimidatorio e stressante, non solo per i pazienti e le loro famiglie, ma anche per gli operatori sanitari e il personale. Il sovraccarico sensoriale negativo, come luci intense, rumori fastidiosi e la carenza di privacy, può aumentare il livello di stress, con conseguenze fisiche e psicologiche. Diversi studi hanno documentato gli effetti negativi dello stress sull’organismo, come l’aumento della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna e della respirazione, ma anche sull’umore e sul comportamento, portando a sensazioni di paura, rabbia, depressione e isolamento e disturbi comportamentali come insonnia, irritabilità e passività (Ulrich, 1999). Se l’ospedale è pensato per essere un luogo di cura e guarigione, non sarebbe giunto il momento di rivedere l’approccio e cercare soluzioni alternative che possano mitigare questi effetti negativi e favorire un ambiente più salutare per tutti?

In questo contesto di ripensamento degli ambienti di cura, è stata riportata un’attenzione agli spazi verdi negli ospedali, non più visti come semplici accessori, ma come strumenti fondamentali per il benessere psicofisico. Il giardino terapeutico viene considerato come processo dinamico, che aiuta i pazienti a connettersi con i ritmi della natura, trovandovi conforto e stabilità. Numerosi studi scientifici hanno confermato i benefici degli spazi verdi in ambito sanitario, con effetti positivi a livello cognitivo, psicologico, sociale e fisico. In paesi come Stati Uniti, Canada e Nord Europa, architetti paesaggisti, psicologi ambientali e medici hanno dimostrato che l’integrazione della natura nelle strutture di cura migliora la qualità della vita dei pazienti e favorisce il recupero. Anche i sanitari ne beneficiano: la frequentazione anche solo di passeggiate può ridurre lo stressa da lavoro e di conseguenza riduzione di burnout e disagi da turnover nel tempo, garantendo più disponibilità e quindi migliori percorsi di cura. Inoltre, se il professionista della natura è più disponibile, la lucidità sarà migliore e la creazione di soluzioni innovative sarà più rapida. In questo modo anche gli errori clinici saranno ridotti e si prenderanno decisioni più ponderate.

Caso emblematico è il Khoo Teck Puat Hospital di Singapore: un ospedale in un giardino e un giardino in un ospedale. Rappresenta un modello innovativo di integrazione tra architettura ospedaliera, città e natura, ponendo al centro del progetto il concetto di healing garden. La struttura si sviluppa su una superficie di 3,5 ettari e adotta soluzioni di design biofilico per migliorare il benessere dei pazienti, del personale sanitario e della comunità locale. Ogni spazio verde ha una funzione specifica: giardini pensili per la riabilitazione e il relax; percorsi nel verde per l’attività fisica e orti terapeutici destinati ai pazienti con disturbi mentali e cognitivi; sale d’attesa sono trasformate in zone picnic e cascate con carpe koi sono inserite nella hall. La vegetazione non è solo un elemento decorativo, ma una componente attiva del processo di cura, contribuendo alla riduzione dello stress e favorendo il recupero, come dimostrato dagli studi di Roger Ulrich. Oltre alla promozione della salute, l’ospedale ha un forte impegno ecologico, riducendo il consumo energetico grazie alla ventilazione naturale, all’uso di pannelli solari e alla progettazione di ampie vetrate per massimizzare la luce naturale. Inoltre, il KTPH si distingue per il suo approccio di urban farming, con giardini pensili produttivi che forniscono ingredienti freschi per la mensa ospedaliera e coinvolgono i residenti in attività di agricoltura urbana. Questo modello di ospedale non è solo un luogo di cura, ma diventa un hub sociale, in cui la comunità si riunisce per promuovere uno stile di vita sano e sostenibile. Il KTPH dimostra come gli ospedali possano trasformarsi da spazi clinici a ambienti di guarigione e inclusione, in cui la natura gioca un ruolo essenziale nella salute e nel benessere collettivo.

Se in Oriente il rapporto con la natura è sicuramente rimasto più costante e profondo negli usi e costumi, in occidente, come si è descritto precedentemente, si sta recuperando questo legame.

Anche in Europa si stanno applicando queste esperienze; infatti, è nata la collaborazione con il Chelsea and Westminster Hospital, che ha prodotto Greenheaven e Sky Garden. Questi giardini, situati tra i piani dei vari reparti, offrono un rifugio verde in un contesto urbano, creando un ambiente rilassante e rigenerante.
Greenheaven è pensato per il riposo del personale sanitario. Oltre alla natura si trovano delle capsule chiamate EnergyPod, in cui i sanitari che fanno turni molto lunghi e possono riposarsi all’interno. Il sistema è studiato per ricreare un ambiente sonoro e visuale che favorisce il rilassamento.

Sky Garden è uno spazio verde in cui si svolgono terapie psicologiche. Pensato, come luogo alternativo per poter uscire dall’ambiente clinico. L’accesso è dedicato anche ai sanitari per poter evadere e rifugiarsi nella natura per un momento di pausa. Anche in questo caso è possibile accedere con i letti ospedalieri grazie ai percorsi accessibili e corridoi ad hoc.

In Italia si trova il giardino terapeutico al Policlinico Gemelli di Roma in cui tutto ciò viene applicato alla chemioterapia. Lo scopo è beneficiare del contatto con la natura nel ridurre ansia, affaticamento e stress psicologico legato alle terapie. Le aree verdi del Policlinico comprendono percorsi sensoriali con piante aromatiche e officinali, spazi per la meditazione e zone di socializzazione per i pazienti e i loro familiari. Scopo ultimo rimane quello di aumentare la qualità della vita gli effetti collaterali della terapia e favorendo un maggiore senso di benessere.

Lo sviluppo di queste pratiche denota un crescente interesse per la cura come approccio olistico alla persona, in cui la salute non è più solo l’assenza di malattia, ma un equilibrio tra corpo, mente e ambiente. L’integrazione degli healing gardens negli ospedali dimostra come la medicina moderna possa trarre beneficio dalla natura, trasformando la percezione degli spazi di cura: da luoghi di sofferenza a oasi di benessere, dove la guarigione non è solo un obiettivo clinico, ma un’esperienza che coinvolge tutti i sensi.

In un’epoca in cui lo stress e il burnout colpiscono pazienti, caregiver e operatori sanitari, questi spazi verdi rappresentano non solo una terapia integrata, ma un vero e proprio cambio di paradigma nella progettazione ospedaliera. Forse, in futuro, non ci chiederemo più se integrare la natura negli ospedali, ma come farlo al meglio, rendendo ogni luogo di cura un luogo di vita.


Bibliografia:

– Buccini F. (2024). Nuove architetture terapeutiche: gli healing gardens per coltivare competenze professionali. Journal of Health Care Education in Practice, VI, 2.-Cooper Marcus, C., & Sachs, N. A. (2013). Therapeutic landscapes: An evidence-based approach. Wiley.
– Chelsea and Westminster Hospital. (2024). New indoor garden opens at Chelsea and Westminster Hospital. CWPlus. https://www.cwplus.org.uk/latest/new-indoor-garden-opens-at-chelsea-and-westminster-hospital/.
-Diehl E. (2012). Do all gardens heal the same? A study of therapeutic landscapes.
– Fleming L., Figueiredo M. (n.d). Healing Gardens for Cancer Populations. A quarterly publication of the American horticultural therapy association, XXXXI, 2.
-Hasegawa H. (2017). The treatment of Japanese gardens based on therapeutic concepts. International Journal of Architecture and Urban Development, VII, 2, Springer.
-Mulligan M., (2000). Inspiration: A healing garden fort cancer patients created in the Japanese Design Tradition (Master’s thesis). Ball State University.
– Khoo Teck Puat Hospital. (n.d.). About us. https://www.ktph.com.sg/.
-Shahrad, A. (2012). Healing gardens: Design and impact on well-being in healthcare settings (Master’s thesis). Swedish University of Agricultural Sciences.


Carolina Zarrilli – dottoranda in Medical Humanities e scientific curator

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